È una Lonicera, varietà Etrusca, appartiene alla famiglia delle Caprifoliaceae.
Le lonicere, nella nostra zona, sono comunemente chiamate anche caprifoglio, abbracciabosco o ciucciamiele. Quest’ultimo per il profumo e la dolcezza dei loro fiori.

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Il percorso di questa pianta inizia il 4 gennaio 2001 e coincide più o meno con il mio percorso bonsaistico. Si può dire che siamo cresciuti insieme. Al momento della raccolta era un cespuglione a 4 tronchi di cui ne ho conservati solo due. La scelta di quelli da eliminare è stata fatta solo a sensazione, non avevo alcuna nozione tecnica. È stata raccolta e invasata in un mastello nero

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Al momento scrissi una annotazione sulla scheda “pianta bella, grossa e bassa, ottimo apparato “radicale”. Allora questo era più che sufficiente. E poi faceva anche i fiori. All’inizio la ramificazione della pianta stentava a crescere per cui la mia totale assenza di nozioni bonsaistiche mi spinse a ricollocarla in terra.

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L’8 gennaio 2004 la pianta è potata e ricollocata di nuovo in grande vaso da coltivazione. Nel frattempo, avevo conosciuto la pomice. Cominciano anche i primi timidi interventi sul legno secco.

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Nel 2005 le fronde crescono abbondantemente e si hanno le prime fioriture.

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Lo splendore dei fiori

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Autunno 2007 i monconi dei due tronchi tagliati non avendo più tiraggio, e mai trattati con il liquido Jin, cominciano a marcire. Le parti marce vengono completamente asportate e la pianta prende la sua forma definitiva. La natura ha pensato da sola a scolpire il secco.

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Nel 2008, anche se in maniera intempestiva, la pianta è esposta alla mostra sociale del club.

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Maggio 2010 – la ramificazione comincia a maturare e prendere corpo. Il dubbio quale sarà il fronte?

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Febbraio 2011-la pianta spoglia mostra il suo carattere ed i segni della sua storia Si può notare il particolare del tronco scavato – la giunzione, il collegamento dei due tronchi.

Guardo oggi questa lonicera, la sua ramificazione abbastanza matura, questi suoi tronchi così scavati e sofferti, quella sottilissima lingua di legno che li tiene ancora uniti che mi rammenta che si trattava di una cosa sola.
Ogni volta che guardo la pianta penso alle nozioni acquisite alla scuola che frequento dal 2007, cerco di dare anche una rappresentazione filosofica, cerco di ricordare e interpretare alcuni concetti Zen. Mi perdo.
Ogni volta però, in un attimo mi ripassano davanti tutti gli anni trascorsi da quando, quasi per caso, l’ho raccolta, le difficoltà iniziali per mantenerla in vita, il marciume dei monconi che mi ha dato il coraggio di intervenire per scavare il legno secco, i colori, il profumo delle sue fioriture. La magia, nel silenzio delle serate estive, appena l’aria raffresca, del ronzio degli insetti colobrì (la sfinge del galio) che arrivano per succhiare il nettare dei fiori.
Belle sensazioni che solo il percorso fatto con la scuola, con Francesco, Luca, Massimo, Sandro, mi consente oggi di poter percepire ed apprezzare fino in fondo. Grazie ragazzi. Ne è valsa proprio la pena.

Spero tanto di poter continuare ancora a lungo.